C’è una pensione che permette l’uscita a 63 anni con 20 anni di contributi, ma non si usa. Ormai la flessibilità in uscita è rappresentata dalla quota 103, ma si tratta, però, di una misura che attrae poco, soprattutto per il fatto che con i requisiti che prevede la possono usare davvero pochissimi lavoratori: 62 anni di età unitamente a 41 anni di contributi, infatti, non sono così facili da raggiungere.
La quota 103, inoltre, prevede una pesante penalizzazione sulla pensione spettante, visto che richiede il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno. Proprio per questo motivo è una misura non solo poco utilizzata, ma che interessa pure poco.
Una misura che prevede il pensionamento a 63 anni con soli 20 anni di contributi, però, esiste, e rappresenterebbe una buona flessibilità in uscita, ma non si usa. E a non usarla non sono i lavoratori, ma il governo che l’ha mandata in soffitta.
Pensione a 63 anni con 20 anni di contributi
Era in vigore nel 2019 ed è durata fino alla fine del 2019, non aveva un costo per le casse dello Stato, ma in ogni caso a scadenza non è stata prorogata. Si tratta dell’Ape Volontario, una pensione che entrò in vigore insieme all’Ape sociale. Inspiegabilmente, però, alla scadenza della sperimentazione l’Ape sociale, che prevede uno scivolo completamente a spese dello Stato per alcune categorie fragili, è stata rinnovata (ed è ancora in vigore) e l’Ape volontario no.
La cosa appare inspiegabile perchè con questa misura era il pensionato stesso a pagarsi la pensione fino al compimento dei 67 anni. Lo faceva con un prestito erogato dalle banche e garantito dalla futura pensione che, poi, dal compimento dei 67 anni doveva restituire con microprelievi sull’assegno spettante.
La pensione che non si usa
La cosa strana è che la RIta, anche essa uno scivolo a spese del lavoratore finanziata con la previdenza integrativa, è rimasta in vigore ed è usata ancora oggi, ma l’Ape volontario no. Anche se la misura forse non aveva un grande appeal perchè finanziata con un prestito, poteva essere prorogata per chi non aveva alternativa: meglio andare in pensione con un prestito che garantisca un reddito fino ai 67 anni piuttosto che pesare sulle spalle dello Stato chiedendo l’assegno di inclusione.
L’anitcipo finanziario a garanzia pensionistica ha interessato molti lavoratori e richiedeva di trovarsi a non più di 3 anni e 7 mesi dall’accesso alla pensione di vecchiaia. Il prestito era garantito da un’assicurazione privata contro il rischio di premorienza del lavoratore e poi doveva essere ripagato dal pensionato con trattenute sulla pensione applicate direttamente dall’Inps per 20 anni.
Il prestito poteva essere richiesto di durata da 6 a 43 mesi (dipendeva dall’età del lavoratore) e l’importo della pensione che si andava a percepire durante l’anticipo poteva andare da 150 euro mensili a un massimo compreso tra il 75 e il 90% della pensione maturata al momento dell’accesso all’Ape volontaria.
A portare al mancato rinnovo della misura è stata la complessità del funzionamento e lo scarso utilizzo da parte dei lavoratori, ma ricordiamo che nel 2019 non era difficile come nel 2025 andare in pensione!
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